Per offrire una chiarezza, comprensibile a Tutti i ns. Associati e Simpatizzanti, e soprattutto non connessa a una o all’altra parte politica, proponiamo il confronto tra qualificati Professionisti scelti tra Accademici e Avvocati.
Ci permettiamo altresì di ricordare che essendo un “Referendum Confermativo”, perciò non “Abrogativo”, vuol dire che al SI corrisponde l’approvazione per la “separazione delle carriere” mentre al NO corrisponde all’esprimersi per l’opposizione alla separazione e lasciare come stanno attualmente le cose.
IL DECALOGO DEL SÌ
Dieci buone ragioni per dire SÌ alla separazione delle carriere e per una giustizia più giusta, terza e credibile
Avv. Francesco Petrelli Pres. UCPI “Unione delle Camere Penali Italiane”
1. Un giudice terzo è la prima garanzia di libertà
Perché senza un giudice terzo non ci può essere il necessario riequilibrio del potere del Pubblico Ministero.
Il giudice deve essere libero da ogni vincolo e da ogni influenza, distinto da chi esercita l’accusa. È un principio costituzionale e una condizione essenziale di libertà per tutti. La separazione delle carriere rafforza la figura del giudice e restituisce fiducia, equilibrio e credibilità alla giustizia.
2. Ruoli diversi, stesse garanzie
Due carriere diverse, una sola giustizia al servizio delle persone.
Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa organizzazione, si valutano tra loro, condividono carriera e organo di governo. La riforma li distingue, rendendoli autonomi e complementari, e riportando chiarezza nel sistema. È così che la giustizia si declina in uno Stato di diritto democratico e liberale.
3. Per un processo davvero equo, ad armi pari
Solo la parità delle parti garantisce i diritti di tutti.
Nel giusto processo accusa e difesa devono confrontarsi in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale. Solo così la verità nasce dal confronto e non dall’autorità. Separare le carriere significa dare piena attuazione ai principi costituzionali del processo accusatorio e restituire ai cittadini la certezza di un giudizio fondato solo sulle prove e garantito da un giudice distante allo stesso modo da chi accusa e da chi difende.
4. Come in tutte le democrazie liberali
L’Europa separa i ruoli, l’Italia deve colmare il ritardo.
In tutte le democrazie consolidate in Europa e nel mondo giudici e pubblici ministeri dipendono da organizzazioni distinte. L’Italia, che rappresenta oggi un’anomalia assoluta, deve finalmente allinearsi ai modelli liberali ed evoluti, non per imitazione, ma per coerenza con la propria Costituzione e con il principio di separazione dei poteri.
5. Una giustizia che fa paura non è giusta
Chi crede nello Stato deve poter credere anche nella sua giustizia.
Quando i ruoli si confondono, la fiducia si incrina. Una giustizia che intimorisce o si chiude in se stessa smette di essere credibile. Separare le carriere significa renderla più trasparente, più vicina a chi chiede tutela e protezione. Perché la fiducia è la prima forma di giustizia, e la giustizia credibile è la base della democrazia.
6. Separare per difendere autonomia e indipendenza del giudice
L’autonomia si protegge distinguendo i ruoli, non confondendoli.
Separare assicura l’autonomia del giudice rispetto al pubblico ministero e aiuta a difendere l’indipendenza della magistratura da ogni condizionamento politico, ideologico o corporativo, rafforzando la sua funzione di garanzia. Una magistratura libera è una giustizia più forte: al servizio della verità e dei diritti, non del potere.
7. Sorteggio dei componenti del CSM: più trasparenza e meno correntismo
La giustizia deve rispondere ai cittadini, non ai gruppi di potere.
Con il sorteggio dei componenti dei due CSM verranno superate le logiche del correntismo che condizionano nomine e carriere, facendo prevalere l’appartenenza sul merito e sulle competenze. Il CSM tornerà così organo di garanzia, come previsto dalla Costituzione, e non strumento di potere interno, capace di condizionare gli stessi magistrati che dovrebbe tutelare.
8. Il Presidente della Repubblica, garante dell’equilibrio e dell’unità della giustizia
Il Capo dello Stato resta il custode della Costituzione e della libertà dei cittadini.
La riforma valorizza il suo ruolo di garanzia: il Presidente continuerà a presiedere entrambi i Consigli Superiori, assicurando coerenza e indipendenza per la magistratura. È il segno più alto di un equilibrio istituzionale che unisce, non divide: una giustizia ordinata e fedele ai principi della Repubblica e di uno Stato liberale.
9. Un’Alta Corte per una giustizia che risponde a tutti
La giustizia deve essere trasparente nei confronti dei cittadini, non rendere conto solo a se stessa.
Chi amministra la giustizia deve rispettarne le regole come ogni cittadino. L’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, autonoma e indipendente dai Consigli Superiori, i cui componenti saranno selezionati per sorteggio e in parte nominati dal Presidente della Repubblica, garantirà finalmente che le responsabilità dei magistrati siano valutate con terzietà e trasparenza. La credibilità nasce anche dalla responsabilità: nessuno è al di sopra della legge, tantomeno chi la applica.
10. Una battaglia di libertà, non di potere
È la riforma di chi crede nella Costituzione e nella giustizia come servizio ai cittadini.
È la storica battaglia trentennale dell’Unione delle Camere Penali Italiane: non contro qualcuno, ma per tutti. Perché separare le carriere non è uno slogan, ma un atto di civiltà. Dire SÌ significa, restituire credibilità e autorevolezza alla magistratura, avere un processo più giusto e una giustizia più trasparente nell’interesse di tutti i cittadini.
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Le ragioni del NO: una riforma che indebolisce le garanzie e rende più “governabile” la Giustizia.
Prof. Daniele Trabucco – Costituzionalista
1) Il testo ripete che la Magistratura resta un “ordine autonomo e indipendente”, poi la struttura in due carriere (giudicante e requirente), sdoppia il Consiglio superiore in due Consigli distinti e sposta la disciplina su una nuova Alta Corte; per comporre questi Organi introduce un forte ricorso al sorteggio, anche per i membri laici estratti da elenchi formati dal Parlamento. Il primo motivo per votare No è di metodo, ed è già sostanza: questa riforma porta in Costituzione ciò che, in larga parte, era già governabile con scelte ordinarie e con un serio intervento sull’organizzazione.
2) La Corte costituzionale, nella sentenza n. 37 del 2000, è chiarissima: la Costituzione “non contiene alcun principio” che imponga o precluda carriere separate; il problema non è la parola “separazione”, è l’assetto di garanzie e contrappesi con cui la realizzi. Inserire in Costituzione un disegno così rigido significa blindare un modello e rendere più difficile correggerlo se produce effetti distorsivi. Il secondo motivo è più grave: la riforma proclama l’unità dell’ordine, poi spezza il suo perno reale, cioè l’autogoverno unitario.
3) Oggi l’esistenza di un solo CSM non è un dettaglio: è un centro di gravità che tiene insieme le garanzie, impedisce che un segmento dell’ordine giudiziario diventi un bersaglio isolato, riduce il rischio che la dialettica politica trovi un “punto d’ingresso” più facile. Con due Consigli separati, invece, si creano due filiere distinte per incarichi, valutazioni, trasferimenti, organizzazione degli uffici. Questo non “purifica” la giustizia: la frammenta, moltiplica i punti di pressione, rende più semplice condizionare il sistema per pezzi, senza bisogno di attacchi frontali. È qui che si capisce la questione del pubblico ministero, in modo più tecnico.
4) È vero: l’articolo 112 sull’obbligatorietà dell’azione penale non viene riscritto. Non serve riscriverlo per cambiare l’equilibrio. L’autonomia del PM vive soprattutto nelle condizioni istituzionali che lo mettono in grado di esercitare quell’obbligo senza timori: governo delle carriere, valutazioni di professionalità, assegnazioni agli uffici, conferimento e revoca di funzioni, procedimenti disciplinari.
5) Separando il CSM, il PM smette di condividere il presidio comune dell’ordine e viene governato da un organo “solo suo”, più esposto allo scontro politico-mediatico perché è proprio l’azione requirente che più spesso incrocia interessi pubblici sensibili e potere. La pressione, nella realtà, raramente assume la forma dell’ordine esplicito; più spesso passa dalla delegittimazione e dalla minaccia indiretta di conseguenze sulla carriera o sul profilo disciplinare. Un PM istituzionalmente isolato è più influenzabile perché diventa più facile trasformare ogni inchiesta sgradita in un caso politico e far pesare quel clima sulle leve che contano davvero. Il terzo motivo riguarda la disciplina: istituire una nuova Corte disciplinare, sottraendo la materia al circuito dell’autogoverno tradizionale, sposta il baricentro su un organo che nasce già dentro un assetto più esposto a logiche esterne.
6) La disciplina è necessaria, certo.
Il punto è che, quando diventa un “orizzonte” costante e percepito come politicamente attivabile, produce un effetto di raffreddamento: meno coraggio istituzionale, più prudenza difensiva, più convenienza a non “disturbare”. In un sistema sano il giudice e il PM devono temere solo l’errore, non il rumore. Il quarto motivo è il sorteggio, che qui non è una scelta neutra: è un errore di fondo. Il sorteggio viene venduto come antidoto al correntismo, in realtà rischia di essere il suo travestimento. Il correntismo non nasce solo dalle elezioni; nasce dalle reti di influenza, dai pacchetti di consenso, dalle carriere, dalle appartenenze. Estrarre a sorte non cancella queste dinamiche, spesso le rende meno visibili e quindi meno controllabili. Peggio ancora, il sorteggio abbassa la qualità della selezione: in organi che decidono su carriere e disciplina serve un criterio riconoscibile di competenza e di responsabilità, non la logica del “può capitare”.
7) Quando una scelta produce danni, la casualità diventa una scusa perfetta e la responsabilità evapora. C’è poi un punto che merita una critica ancora più secca: i componenti laici vengono sorteggiati da un elenco compilato dal Parlamento.
Quindi la politica non esce dal sistema: entra prima, selezionando il bacino, poi scompare dietro il paravento del caso. Risultato: meno trasparenza, meno controllo pubblico sul merito, più possibilità di influenza indiretta senza doverla rivendicare apertamente. È un modello che non riduce la politicizzazione, la rende più opaca.
Per tutte queste ragioni, il No è una scelta di tutela: tutela dell’indipendenza sostanziale, non solo proclamata; tutela di un equilibrio che impedisca di rendere la giustizia più “governabile” attraverso leve indirette; tutela del PM, che non viene formalmente trasformato, viene reso più esposto proprio perché separato dal CSM unico; tutela contro un sorteggio che promette moralizzazione e rischia di produrre irresponsabilità, opacità e nuove forme di condizionamento.
La riforma dice “ordine unitario”, poi costruisce un sistema che lo indebolisce nel punto in cui l’unità serve davvero: nelle garanzie!.
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Decaloghi del SI e del NO_Referendum 2026_Centro Giuridico MDC FVG
